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Di chi è il Toro
Gramellini poco tempo fa scrisse che la marcia del 4 Maggio 2003 poteva
definirsi il ricordo di una bella giornata di comunanza di intenti ed
idee della moltitudine di tifosi granata identificatisi come distaccati
dalla prosaica logica del calcio-business moderno, ma che l'evento
aveva sostanzialmente fallito il suo scopo, che era quello di
"appassionare" uno o più possibili acquirenti alla gestione della
gloriosa società calcistica; e allora tanto valeva tentare di mettersi
daccordo con l'attuale gestione e stipulare un patto fatto di promesse
reciproche.
In genere le parole di Gramello ci avvincono, le sue osservazioni acute
colpiscono e la sua fulminante ironia ci smuove i neuroni. Però ci
sono cose, come questa, in cui ci riconosciamo a fatica o per niente.
Pensateci: il padre indiscusso della Marcia dell'Orgoglio Granata che
dopo una partecipazione stimata in circa 50.000 presenze concomitante
con la retrocessione in B dice che l'evento non ha raggiunto
l'obiettivo e tanto vale allora trattare la resa.
Io non ho potuto partecipare per cause logistiche e di lavoro, ma il
caro Lucky che c'è andato (http://www.toroclub.it/articoli/4maggio2003.htm) si è premurato di
acquistare una maglietta-ricordo anche per me e di spedirmela. E allora
il "c'ero anch'io" non consacrato nella sostanza vale simbolicamente
anche per me, e vorrei tentare di esprimermi a nome della maggioranza
granata idealmente partecipante, tutti coloro che non erano
fisicamente lì ma si sono attaccati ai mezzi di informazione
radiotelevisivi per sapere in tempo reale come stava andando ed hanno
gioito fino alla commozione nel constatare una simile riuscita.
Solo per fare un esempio, il giorno dopo su Radio Dimensione
Suono ascoltavo in auto un editoriale di Enrico Mentana in
uno spazio a lui dedicato; ebbene lo sfegatato direttore interista ha
voluto usare il suo spazio destinato a commenti su fatti di rilievo di
politica-cultura-società per raccontare a tutti gli ascoltatori cosa era
successo il giorno prima a Torino e come sia bello pensare che quei
tifosi e quella squadra esistano proprio qui da noi, in Italia.
La Marcia ha avuto il suo spazio nell'informazione nazionale ed estera,
i consensi e l'apprezzamento sono stati pressochè unanimi, tutto è
andato per il meglio e nessun episodio riprovevole ha macchiato la giornata.
E allora perchè suo padre, proprio quello che aveva provveduto a tenere
lontani "loro" invitandoli e rendersi conto che non erano graditi, ora
dice che lo scopo non è stato raggiunto e tanto vale riabbassarsi a
chiedere la tregua a coloro che ci appaiono per definizione i
protagonisti del decadimento del nostro Toro?
Perchè -a nostro modesto parere- a volte ci si sbaglia.
Niente di grave, niente di irreparabile, ma basta ammetterlo e si può
ricominciare da lì.
Idea grandiosa, capacità aggregante invidiabile, impegno encomiabile,
ma poi (a posteriori) si è perso il senso di ciò che ha rappresentato.
Se si voleva favorire il passaggio di mano del Toro con una
manifestazione del genere, forse era un po' come voler puntare un
cannone verso la luna e pretendere che il proiettile ne raggiungesse la
superficie. Il colpo di cannone invece doveva poter colpire un
obiettivo alla sua portata e probabilmente l'ha fatto.
Non era possibile credere che un magnate dell'industria o della finanza
potesse dire: "quella sarà la mia squadra" dopo aver assistito alla
Marcia. Nessuno vuole buttare soldi in un investimento dalla remissione
sicura come una squadra di calcio dai grandi ricordi ma che non riesce a
stare in serie A, gli stessi leoni della serie A hanno seri problemi di
bilancio.
In questo momento non ci si può aspettare niente di meglio che un
Benetton appostato con il cannocchiale a tenere d'occhio la nave
che affonda per poterne comprare il relitto a quattro soldi e
ricominciare da capo, questa storia la conoscete: e allora?
Allora la nostra bandiera non va ammainata, la nave c'è e naviga in
cattive acque, ma comunque naviga.
Non si poteva pretendere la cessione del Toro quando l'attuale proprietà
è l'unica attualmente interessata a possederlo.
Si, a possederlo. Ma si può possedere un'idea, una passione?
Se uno è proprietario degli immobili, dei cartellini dei giocatori e dei
contratti dei tecnici, dei diritti di immagine e di incassi, può dire
che possiede il Toro?
Secondo noi no. Noi tifosi conosciamo benissimo gli assiomi del Toro,
alcuni erano scritti negli striscioni che sfilavano quel 4 maggio "IL
TORO E' UNA FEDE", "IL TORO SIAMO NOI", "LA NOSTRA FEDE NON RETROCEDE".
Il Toro è qualcosa di più articolato che una mera proprietà societaria.
E' una maglia granata, è Raf Vallone, è il Grande Torino, è Meroni,
Ferrini, è Pulici, è il Signor Paolo tifoso che ha chiesto di essere
aiutato a salire i gradini del Delle Alpi l'ultima volta per assistere a
Toro-Palermo quest'anno appena 2 settimane prima della sua scomparsa.
Il Toro non appartiene ad un azionista di maggioranza, questo volevamo
suggerire quel 4 maggio, nonostante costui abbia un ruolo non
trascurabile in quanto impegna fondi e risorse finanziarie per
far continuare a giocare la squadra bene-menobene-davergognarsi,
dipende da quanto consistentemente stia investendo, ma in questo
difficilmente i tifosi avranno influenza a meno che si tratti di Moratti
o di Juve/Milan dalle grandi ambizioni (e risorse).
Per quello a cui possiamo aspirare, l'obiettivo del 4 maggio è stato
raggiunto, ed era quello di aver gridato a tutti che il Toro finchè
esisterà sarà dei suoi tifosi.
Questo concetto ora sembra non servire a molto ma sentiamo che in
futuro, in qualche modo, ci tornerà utile se sapremo conservarlo.
M. Ricci
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